
Tratta dall'intervento di INES RIELLI - PROGETTO "LIBERA" DELLA PROVINCIA DI LECCE – in occasione del Convegno sulla prostituzione organizzato da ON THE ROAD nel 2003
(...) I cpt sono dei buchi neri al cui interno le donne scompaiono, smettono di esistere, diventano invisibili alla nostra vista e alla nostra responsabilità.
Sono luoghi in cui vengono trattenuti, cioè privati della libertà, i migranti che hanno ricevuto un provvedimento di espulsione o di respingimento. Per quanto riguarda le donne straniere - vediamo il percorso tipico – dopo essere state fermate in strada durante le retate (che in termini più attuali si chiamano <<Operazioni "Vie Libere">>) vengono portate nei cpt. Il trattenimento è motivato non dall'esercizio dell'attività prostituzionale ma dallo stato di clandestinità. Alcune di queste donne le rivedremo in televisione mentre salgono sugli aerei, coattivamente rimpatriate, spesso con gli stessi vestiti che avevano in strada.
Da quando vengono fermate in strada a quando le vediamo prendere l'aereo per essere accompagnate nei Paesi di origine, dove sono state queste donne? Sono state nei cpt sulla base dell'articolo 14 del T.U. sull'immigrazione (25 luglio 1998 n. 286) che prevede, per gli stranieri sottoposti a provvedimento di espulsione o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera non immediatamente eseguibile, il trattenimento in centri di permanenza temporanea e assistenza. Davanti a questa scena, non possiamo non chiederci quante di queste donne siano state informate della possibilità di aderire ad un programma di protezione sociale, quante siano consapevoli che possono uscire dalla condizione di sfruttamento e dal circuito criminale in cui sono inserite.
Il periodo di trattenimento nei cpt è, dalla nuova legge sull'immigrazione (legge 189/2002), fissato in un tempo massimo di 60 giorni, e risulta aumentato del doppio rispetto a quanto previsto dalla legge 286/1998. Ciò sta determinando una situazione di sovraffollamento nei cpt, tanto che è in corso una moltiplicazione dei cpt sparsi sul territorio nazionale. Sessanta giorni sono senza dubbio un periodo incredibilmente lungo.
Dal cpt si esce in due modi: o, come abbiamo appena considerato, con un rimpatrio coatto, oppure, lì dove nei 60 giorni di trattenimento sia stato impossibile accertare l'identità del migrante oppure non esistano con gli Stati di provenienza accordi per il reingresso, con un decreto di espulsione e l'ingiunzione ad abbandonare il territorio nazionale. A questo punto si apre per loro una doppia possibilità: rimanere in clandestinità oppure rientrare nel proprio Paese d'origine. Quest'ultima possibilità è spesso impraticabile sia perché lì non vi è alcuna prospettiva di sopravvivenza dignitosa sia perché spesso non si hanno né i documenti nè i soldi necessari per rimpatriare. E' paradossale ma in moltissimi casi fare ritorno al proprio Paese è impossibile e lo è ancor più nei 5 giorni previsti dall'attuale legge.
La legge 189/2002, inasprisce le pene per chi, ricevuto un decreto di espulsione non torni in patria e, ancor di più, per chi torni nuovamente in Italia. Nel primo caso, è
previsto l'arresto fino a un anno e si procede a una nuova espulsione con accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica, nel secondo, l'arresto può arrivare fino a 4 anni. E' evidente come tutto ciò si ripercuota sulle migranti prostitute e non, e più in generale sulla migrazione povera. In tale prospettiva, è facilmente ipotizzabile un aumento esponenziale di questa misura repressiva e ciò pone problemi inediti di organizzazione dei servizi di informazione e assistenza.
E' ormai evidente il perché i cpt debbano riguardarci: la stragrande maggioranza delle donne trattenute nei cpt sono migranti prostitute fermate sulla strada. Provengono da tutte le Regioni d'Italia, dall'Emilia alla Calabria, dal Veneto alla Sicilia, ecc..
Questi luoghi sono quindi luoghi di elezione per la più elementare azione di sistema dei programmi articolo 18 e cioé il contatto con le donne vittima di tratta.
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Il numero verde antitratta
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